domenica 12 maggio 2013

FEUERBACH

Uno degli argomenti che abbiamo trattato quest'anno alla quale mi sono interessata di più è di sicuro la critica che Feuerbach muove nei confronti della religione. Mi interessa molto il suo voler collegare la teologia all'antropologia, specilmente perché è un punto di vista che non avevo mai considerato prima.

In breve, quello che Feuerbach sostiene è: "Non è Dio che crea l'uomo, ma l'uomo che crea Dio." Che cosa significa? Bé, è più semplice di quanto si possa pensare all'inizio. Feuerbach identifica Dio non come un essere superiore e onnipotente dotato di vita propria, ma come la PROIEZIONE DELL'UOMO. Dio è infatti la proiezione delle qualità più lodevoli che caratterizzano gli esseri umani, qualità che vengono impersonificate da una figura totalmente e indiscutibilmente immaginaria.
Inotre, dato che molto spesso l'uomo vuole ottenere cose che non può raggiungere, nella divinità tutti i suoi desideri appaiono realizzati. Gli esseri umani si sentono limitati, incapaci di raggiungere certi obiettivi, perciò creano una divinità che sia onnipotente, e che abbia perciò il potere di compiere tutto ciò che per loro, che al contrario sono semplici persone, risulta impossibile.
Tutto questo discorso porta alla tesi dell'ALIENAZIONE RELIGIOSA. Secondo Feuerbach, la religione è una forma di alienazione. L'uomo, infatti, dà vita alle divinità scindendosi da quelle che sono le sue più alte qualità per attribuirle alle figure onnipotenti e superiori di cui arricchisce il suo immaginario. Facendo questo, si sottomette a tali figure, spesso in modi umilianti e negativi, decide di compiere rinunce e sacrifici in nome di una creatura superiore che in realtà non è altro che la sua stessa proiezione. Sono dell'idea che questa teoria sia veramente interessante e originale, anche se inquietante. Insomma, in nome della religione sono stati compiuti atti terribili: guerre, persecuzioni, massacri...Sarebbe già folle pensare che tutto ciò sia stato compiuto per assecondare un qualche Dio (il quale non credo che sia stato felice di vedere le sue creature ammazzarsi brutalmente in suo nome), ma pensare che l'uomo abbia compiuto atti di una tale crudeltà per compiacere una figura del tutto immaginaria che in realtà non esiste sarebbe ancora più tragico.
Questa, in fin dei conti, è la conclusione alla quale arriva Feuerbach: l'uomo ama Dio e disprezza sé stesso e il mondo terreno, senza sapere che in realtà Dio è l'uomo. Le qualità che Dio possiede sono infatti propriamente umane, ma questo l'uomo non riesce a capirlo e quindi si denigra, ponendosi di sua spontanea volontà su un piano infinitamente più bassa, svilendosi e disprezzandosi. Dice Feuerbach: "La gloria di Dio si fonda esclusivamente sull'abbassamento dell'uomo, la beatitudine divina solo sulla miseria umana, la divina sapienza solo sull'umana follia, la potenza divina solo sulla debolezza umana".
Se soltanto l'uomo smettesse di disprezzare il mondo terreno e di adorarne uno che per il momento nessuno di noi può vedere nè toccare, si accorgerebbe di quanto in realtà gli individui siano speciali. La specie umana mostra molto spesso tratti negativi: crudeltà, invidia, avarizia, egoismo...Ma credo che allo stesso tempo esistano in noi qualità ammirevoli che sono abbastanza potenti da permetterci di vivere sentendoci esseri meritevoli, giusti, pieni di potenziale. Come sostiene Feuerbach, l'uomo dovrebbe amare sè stesso. Solo amndo sè stesso può giungere ad amare il mondo, con tutte le sue meraviglie. Deve ricercare in sè quelle qualità che per ora attribuisce soltanto a Dio. Sfruttandole, potrà rendere il mondo un po' migliore.

Secondo Feuerbach, comunque, la vera soluzione all'alienazione religiosa sarebbe una soltanto: l'ATEISMO. Secondo il suo punto di vista, esso sarebbe addirittura un dovere morale. Il compito della filosofia sarebbe quello di risolvere l'uomo in Dio, e di trasformare l'uomo nella nuova divinità.