venerdì 7 giugno 2013

KIERKEGAARD




KIERKEGAARD



Secondo Kierkegaard la dimensione esistenziale dell'uomo è segnata dall'angoscia, dalla disperazione e dal fallimento. La disperazione nasce da un rapporto serio dell'uomo con sé stesso, mentre l'angoscia nasce da un rapporto serio dell'uomo con il mondo, e consiste nel senso di inadeguatezza che nasce dall'impossibilità dell'uomo di essere autosufficiente senza Dio.
Kierkegaard pone perciò un primo elemento, quello dell'individualità, che caratterizza tutte le forme di esistenzialismo, e un secondo, quello del rapporto con Dio, che è tipico di tutte le forme religiose di esistenzialismo.

L'ESISTENZA COME POSSIBILITA' E FEDE

Una prima caratteristica dell'opera di Kierkegaard è di aver cercato di ricondurre la comprensione dell'intera esistenza umana alla categoria della possibilità e di aver messo in luce il carattere negativo e paralizzante della possibilità come tale.

Che vuol dire?

Ogni possibilità può essere “possibilità che sì” o “possibilità che non”: implica la nullità possibile di ciò che è possibile, quindi la minaccia del nulla. In poche parole, Kierkegaard sembrava essere terrorizzato dall'idea di incombenti possibilità alternative rispetto a ciò che era successo nella sua vita. Probabilmente pensava sempre cose tipo “Ok, mi sono fidanzato. Però sarebbe potuta andare diversamente, magari sarei morto prima di incontrarla oppure potrei morire adesso o lei potrebbe lasciarmi ecc”.
La condizione di incertezza di fronte alle possibilità porta l'uomo all'angoscia. Subentra l'angoscia quando si scopre che tutto è possibile. Se tutto è possibile, allora niente lo è. Tutto questo è riconducibile ad Adamo, che prima di sapere di avere la scelta di peccare era innocente. Poi si è sentito angosciato perché ha capito di avere un'alternativa alla vita che aveva condotto fino a quel momento (cioè quando Dio gli vieta di mangiare la mela).

Nelle ultime pagine del Concetto dell'angoscia, Kierkegaard descrive la figura del discepolo dell'angoscia, ovvero chi sente in sé le possibilità annientatrici che ogni alternativa dell'esistenza prospetta.

UNA SECONDA caratteristica è il suo sforzo costante di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all'uomo, gli stadi o i momenti della vita che costituiscono le alternative dell'esistenza e tra cui l'uomo è generalmente condotto a scegliere. Lui però non sceglieva: dinnanzi a ogni alternativa,s i sentiva paralizzato. La sua attività fu prettamente contemplativa e accentuò il distacco tra sé e le le forme di vita che descriveva attraverso molti pseudonimi.

UNA TERZA caratteristica è il tema della FEDE. Soltanto nel cristianesimo egli vide un'ancora di salvezza, perché credeva che la fede potesse sottrarre l'uomo all'angoscia e alla disperazione, che costituiscono l'esistenza.





L'ANGOSCIA E LA DISPERAZIONE E LA FEDE

L'angoscia nasce dal rapporto dell'uomo con il mondo esterno. Con tutte le sue possibilità, infatti, il mondo lo spaventa e lo rende incerto.
La disperazione nasce invece dal rapporto dell'uomo con se stesso, con la sua interiorità. La disperazione è inerente alla personalità stessa dell'uomo. Disperazione e angoscia sono quindi parti fondamentali e incancellabili dell'essenza dell'uomo, e sono entrambe generate dalla struttura problematica dell'esistenza umana.
La disperazione è strettamente legata alla natura dell'io. Difatti può volere (o non volere) essere se stesso. Nel primo caso, l'uomo non arriverà al traguardo in quanto sarà sempre finito, insufficiente a se stesso. Se invece cerca di rompere il rapporto con sé, va contro una parte costitutiva della sua essenza e quindi anche questo tentativo è impossibile. La disperazione quindi è la malattia mortale, perché è il vivere la morte dell'io: è il tentativo impossibile di negare la possibilità dell'io o rendendolo autosufficiente o distruggendolo nella sua natura concreta.
La possibilità è l'unico rimedio alla disperazione, perché se a un disperato vengono offerte delle possibilità (anche solo basate sulla fantasia e non su qualcosa di concreto), allora si riprende un po'.
Per questo, l'antidoto dell'uomo è Dio. La fede è l'eliminazione della disperazione, la condizione in cui l'uomo non si illude della sua autosufficienza ma riconosce la dipendenza da Dio.


LA VERITA' DEL SINGOLO

Hegel aveva fatto dell'uomo un genere animale perché solo negli animali il genere è superiore al singolo. Kierkegaard invece sostiene che, per quanto riguarda il genere umano, il singolo è superiore al genere. Questo è, secondo Kierkegaard, l'insegnamento fondamentale del cristianesimo, ed è il punto su cui bisogna insistere per combattere la filosofia hegeliana (che invece esalta l'oggettività della riflessione). Kierkegaard considera infatti fondamentale per il suo compito inserire la persona singola, con tutte le sue esigenze, nella ricerca filosofica.

Kierkegaard, al contrario di Hegel, riconosce l'importanza dell'esistenza soggettiva, che pone l'uomo al di fuori dal contesto universale in cui è inserito. L'universalità è astratta, il singolo (con i suoi pensieri e la sua soggettività) è concreto.


LA VITA ESTETICA E LA VITA ETICA

Kierkegaard identifica due stadi fondamentali della vita: la vita estetica e la vita morale.

Lo stadio estetico è la forma di vita di chi insiste nell'attimo, fuggevolissimo e irripetibile. L'esteta è colui che vive poeticamente, colui che può trovare nella vita ciò che vi è di interessante. Così l'esteta vive in un mondo luminoso, in uno stato di ebrezza intellettuale continua. La vita estetica esclude la ripetizione, che implica monotonia. È rappresentata dal Don Giovanni, protagonista del Diario di un seduttore. Ma la vita estetica rivela la sua insufficienza e la sua miseria nella noia. Chiunque viva esteticamente, è disperato: la disperazione è l'ultimos bocco della concezione estetica della vita. Essa è l'ansia di una vita diversa che si prospetta come possibile.

La vita etica nasce con un salto oltre l'esteticità. Ciò implica una stabilità e una continuità che la vita estetica non può includere. La vita etica è il dominio della riaffermazione di sé, del dovere e della fedeltà a se stessi.
Nella vita etica ogni singolo di sottopone a una forma, si adegua all'universalità, mentre in quella estetica è soltanto se stesso. La vita etica è incarnata dal marito, in quanto il matrimonio è l'espressione tipica dell'eticità. Inoltre la persona vive del duo lavoro. Il lavoro, essendo una vocazione, dà piacere. La vita etica si fonda sulla ripetitività della scelta dell'uomo,c he sceglie di scegliere aumentando le responsabilità rispetto alla sua libertà. Sceglie di impegnarsi in un compito e di restarvi fedele.
Anche la vita etica è votata al fallimento, perché l'uomo si pente della sua scelta finita, insufficiente. Per questo non rimane che dedicarsi alla vita religiosa.
L'etica pura, che ci propone degli ideali assoluti difficili da realizzare, ci dice che dobbiamo essere sempre insoddisfatti di noi stessi, che non c'è niente nella nostra vita che sia interamente buono. Ma il pentimento può paralizzare e lasciare scoraggiati. Si può superare questa paralisi spirituale con l’esperienza religiosa, cioè accettando per fede che, malgrado le nostre debolezze, Dio è comunque in grado di cancellare i nostri peccati e di redimerci. Così il pentimento ci prepara per il salto nello stadio religioso.




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